DB fate largo ai No-SQL

nosql_logoI Database NoSQL

NO-SQL è un movimento che negli ultimi anni si è molto affermato, producendo dei risultati soddisfacenti con la creazione di progetti e iniziative utilizzate anche su larga scala. Tale movimento vuole “rompere” la storica linea dei database relazionali e definire delle nuove linee guida per l’implementazione di database che non utilizzano il linguaggio di interrogazione SQL e non siano strettamente legati ad una definizione “rigida” dello schema dati.
La filosofia del NO-SQL si può riassumere nei seguenti punti, partendo dalla domanda “Perchè avere altri DBMS se esistono quelli relazionali?”:

  1. I database relazionali sono troppo costosi e spesso, quelli che svolgono bene il loro lavoro, sono solo commerciali. NO-SQL abbraccia totalmente la filosofia open-source;
  2. NO-SQL è semplice da usare e non occorre uno specialista di DBMS. Il paradigma di programmazione è, infatti, ad oggetti;
  3. I dati sono altamente portabili su sistemi differenti, da Macintosh a DOS;
  4. Non definisce uno schema “rigido” (schemaless) e non occorre prototipare i campi, per cui non esistono limiti o restrizioni ai dati memorizzati nei database NO-SQL;
  5. Velocità di esecuzione, di interrogazione di grosse quantità di dati e possibilità di distribuirli su più sistemi eterogenei (replicazione dei dati), con un meccanismo totalmente trasparente all’utilizzatore;
  6. I DBMS NO-SQL si focalizzano su una scalabilità orizzontale e non verticale come quelli relazionali.

A questo punto passiamo a fare una comparazione tra quelli che attualmente sono tra i piu’ utilizzati , quali :

Cassandra, MongoDB, CouchDB, Redis, Riak, HBase, Membase e Neo4j :

** (vedi anche precedente articolo Not Only Sql)
– CouchDB

Scritto in: Erlang
Punto principale: Consistenza DB consistency, facilità d’uso
Licenza: Apache
Protocolli: HTTP/REST
Replicazione bidirezionale continua o ad-hoc con individuazione dei conflitti, replicazione master-master
MVCC – le operazioni di scrittura non bloccano le letture
Sono disponibili le versioni precedenti dei documenti
Progettazione crash-only (reliable)
Necessità di compattazioni nel tempo
Viste: embedded map/reduce
Viste formattate: lists & shows
Possibilità di validazione server-side dei documenti
Possibile autenticazione
Aggiornamenti real-time attraverso _changes (!)
Gestione degli allegati e, CouchApps (standalone js apps)
libreria jQuery inclusa
Utilizzo ideale: Per accumulazione dei dati con cambi occasionali sui quali vengono eseguite query predefinite. Situazioni in cui la gestione delle versioni è importante.
Per esempio: CRM, sistemi CMS. Situazioni in cui la replicazione master-master è una caratteristica interessante (ad esempio multisito).

– Redis

Scritto in: C/C++
Punto principale: Velocità
Licenza: BSD
Protocolli: Telnet-like
Disk-backed in-memory database,
In questo momento non include il disk-swap (VM e Diskstore sono stati abbandonati)
Replicazione master-slave
Recupero di valori semplici o intere tables a partire da una chiave
suppporto ad operazioni complesse come ZREVRANGEBYSCORE.
INCR (incremento) e  simili (molto utili per gestire limitazioni di valore e statistiche)
permette l’uso di insiemi (sets) e operazioni su essi (unione/differenza/intersezione)
permette l’uso di liste (lists) e  operazioni su esse (queue; blocking pop)
permette l’uso di hashes (oggetti dotati di campi)
permette l’uso di insiemi ordinati (utili per classifiche, e ricerche su range di valori)
Redis implementa correttamente le transazioni (!)
I valori memorizzati possono avere una scadenza temporale (sistemi di cache)
Implementa facilmente il messaging Publisher/Subscriber (!)
Utilizzo ideale: Adatto a moli di dati (residenti in memoria) di dimensione nota che cambiano frequentemente .
Per esempio: Quotazioni azionistiche. Analisi. Gestione dati in Real-time. Comunicazioni in Real-time.

– MongoDB

Scritto in: C++
Punto principale: Mantiene alcune proprietà utili del modello SQL (Query, index) molto facili da usare.
Licenza: AGPL (Drivers: Apache)
Protocollo: Specifico, binario (BSON)
Replica Master/slave (munita di  failover quando si usano i  “replica sets”)
Lo Sharding è parte integrante del sistema
Le intterrogazioni a db (queries) sono espressioni javascript
Permette l’uso di funzion i javascript lato server
Update-in-place migliore rispetto a CouchDB
Usa “memory mapped files” per la persistenza dei dati
Favorisce la velocità rispetto alle funzionalità implementate
Journaling (opzione –journal) fortemente consigliato
Sui sistemi a 32bit risente di una  limitazione sulla quantità di dati a circa 2.5Gb
Un database vuoto occupa comunque 192Mb
GridFS per la memorizzazione di “big data + metadata” (effettivamente non è un  FS)
Indicizzazione geospaziale Geospatial indexing
Utilizzo ideale: se si necessita di query dinamiche. Se si preferisce lavorare con gli indici rispetto ad usare algoritmi map/reduce. Buono se si ha bisogno di velocità quando si lavora con grandi moli di dati.  Adatto a tutti gli scenari in cui si usa CouchDB e non si può scegliere quest’ultimo perchè i dati cambiano troppo riempiendo la memoria fisica.
Per esempio: tutte le situazioni in cui si vorrebbe usare MySQL o PostgreSQL senza avere colonne definite a priori.

– Riak

Scritto in: Erlang & C, some Javascript
Punto principale: Fault tolerance
Licenza: Apache
Protocollo: HTTP/REST o custom binary
Trade-offs modulabili per replica e distribuzione (N, R, W)
Hooks di pre- e post-commit in JavaScript o Erlang, per la validazione e la sicurezza.
Map/reduce in JavaScript o Erlang
Links & link walking per utilizzarlo come database a grafi
Indici secondari: ricerca nei metadati
Supporto per oggetti di grandi dimensioni (Luwak)
Edizioni sia “open source” che “enterprise”
Ricerca full-text, indexing e querying con il Riak Search server (beta)
Sta migrando lo storing di backend da “Bitcask” al “LevelDB” di Google
La multi-site replication replication senza alcun master e il monitoring SNMP necessitano di una licenza commerciale
Utilizzo ideale: se si vuole qualcosa di simile a Cassandra (Dynamo), ma non si ha nessuna intenzione di avere a che fare con la realtiva inerente complessità. Se si ha bisogno di un’ottima scalabilità, disponibilità e fault-tolerance per un solo sito ma si è disposti a pagare per la replica multi-sito.
Per esempio: Raccolta dei dati di point-of-sales. Sistemi di controllo aziendali. Situazioni in cui anche il downtime di alcuni secondi può essere rilevante. Potrebbe essere anche utilizzato come un web server estremamente aggiornabile.

– Membase

Scritto in: Erlang & C
Punto principale: Compatibile con memcache ma con persistenza e clustering
Licenza: Apache 2.0
Protocollo: memcached con estensioni
Accesso molto veloce ai dati mediante chiave (200k+/sec)
Persistenza su disco
Tutti i nodi sono identici (replicazione master-master)
Fornisce un sistema a buckets simile a memcached
De-duplicazione delle scritture per ridurre IO
Interfaccia GUI per la gestione dei cluster molto interessante
Aggiornamento software senza mettere offline il database
Proxy di connessione per il pooling e il multiplexing (Moxi)
Utilizzo ideale: Qualsiasi applicazione dove un bassa latenza dell’accesso ai dati, un’alta concorrenzialità e un’alta disponibilità degli stessi sono requisiti chiave.
Per esempio: Casi in cui c’è necessità di bassa latenza come l’erogazione di servizi di pubblicità mirata (ad targeting)  o alta concorrenza come il giochi online (per esempio Zynga).

– Neo4j

Scritto in: Java
Punto principale: Database a grafi o dati connessi
Licenza: GPL, salcune caratterstiche con AGPL/commerciale
Protocollo: HTTP/REST (o incluso in  Java)
Standalone, o includibile nelle applicazioni Java
Piena conformità ACID (incluso i dati durable)
Sia i nodi che le releazioni possono avere dei metadati
Linquaggio di query basato su pattern-matching (“Cypher”)
Può anche essere usato il linguaggio di attraversamento dei gravi “Gremlin”
Indicizzazione dei nodi, delle chiavi e delle relazioni
Piacevole interfaccia di amministrazione web
Sono disponibili diversi algoritmi di ricerca dei percorsi
Ottimizzato per le letture
Ha le transazioni (nelle API Java)
Si può usare il linguaggio di scripting Groovy
Backup online, monitoraggio avanzato e alta disponibilità con licenza AGPL/commerciale
Utilizzo ideale: Per dati interconnessi, semplici o complessi, con struttura a grafo. In questo senso Neo4j is è un po’ diverso dagli altri database noSQL.
Per esempio: Relazioni sociali, collegamenti nei trasposti pubblici, mappe di strade, topologie di rete.

– Cassandra

Scritto in: Java
Punto principale: Migliore di BigTable e Dynamo
Licenza: Apache
Protocollo: Proprietario, binario (Thrift)
Distribuzione e replicazione attivabile (N, R, W)
Query possibili mediante colonne e insiemi di chiavi
Carattersitiche simili a BigTable: colonne, famiglie di colonne
Indici secondati
La scrittura è molto più veloce della lettura(!)
Mappatura e riduzione possibile mediante Apache Hadoop
I admit being a bit biased against it, because of the bloat and complexity it has partly because of Java (configuration, seeing exceptions, etc)
Utilizzo ideale: Quando si scrive più che leggere (logging). Se ogni componente del sistema deve essere in Java.
Per esempio: Sistemi bancari e industria finanziaria.
Inoltre, siccome le scritture sono più veloci delle letture, una nicchia naturale è l’analisi dei dati in tempo reale.

– HBase

Scritto in: Java
Punto principale: miliardi di righe con milioni di colonne
Licenza: Apache
Protocollo: HTTP/REST (anche Thrift)
Modellato dopo BigTable
Mappatura e riduzione con Hadoop
Costrutti query push down attraverso scansione lato server e con filtri per il get
ottimizzazione per le query in tempo reale
E’ un gateway Thrift con alte performance
HTTP supports XML, Protobuf, and binary
Cascading, hive, and pig source and sink modules
Shell basata su Jruby (JIRB)
Punti di ripristino multipli
Rolling restart for configuration changes and minor upgrades
L’accesso random ai dati è paragonabile a quello di MySQL
Utilizzo ideale: Se siete innamorati di BigTable.   e quando c’è la necessità di un accesso in lettura e scrittura, random e in tempo reale alla grande quantità di dati.
Per esempio: il database dei messaggi in Facebook.

 

La scelta e’ davvero varia a seconda del compito che vi serve maggiormente venga svolto dal DB che avrete prescelto, quindi perche’ non provarli ?

Ubuntu Tips and Tricks

Ubuntu-trucchiUbuntu alcuni Trucchi per migliorane l’uso :

1. Cambiamo i programmi di default

Ubuntu viene distribuito con moltissimi programmi che fanno le cose in modo molto simile tra loro, ad esempio come editor di default è settato “nano”, per alcuni di voi pero’ potrebbe essere meglio cambiare e avere “vim”.

La strada più facile per farlo è usare il programma update-alternatives; questo tool di gestione mantiene dei link simbolici nel PATH /etc/alternatives ,  che determinano quali programmi lanciare di default, per alcuni programmi come ftp, system, editor, telnet, rsh, windows manager ecc…; per avere la lista completa basta digitare:
ls -la /etc/alternatives/

ora per modificare l’editor di default per passare da nano a vim è sufficiente digitare:

sudo update-alternatives –config editor

apparirà qualcosa simile a questo:

There are 3 alternatives which provide `editor’.

Selection Alternative
———————————————–
1 /usr/bin/vim
2 /bin/ed
*+ 3 /bin/nano

Press enter to keep the default[*], or type selection number:

a questo punto è sufficiente premere 1 per avere vim come editor di default.

2. Come installare un pacchetto:

Quasi tutti i software che volete installare in ubuntu sono presenti nei repositories di default ed è semplice installarli tramite programmi grafici come Synaptic o simili. Cosa succede però se si vuole installare un programma come ad esempio Opera (browser) che è disponibile per Ubuntu ma non è presente nei repositories?

In questo caso dobbiamo scaricare il pacchetto debian (.deb) e cliccarci con il tasto destro per poi  aprirlo con GDebi, in alcuni casi è sufficiente il doppio click, GDebi mostrera’ in modo grafico le informazioni sul pacchetto: cosa fa, le varie dipendenze, cosa contiene, ed un tasto per installarlo.

Se invece preferite fare tutto da linea di comando è sufficiente digitare

sudo dpkg -i <nomepacchetto.deb>

3. Sudo e gksudo

Se si e’ usato linux per un pò di tempo, conoscete la potenza distruttiva che può avere un programma lanciato male da root, può modificare la configurazione spostare file di sistema, distruggere dati importanti ecc…

Cosi in Ubuntu hanno pensato un sistema diverso; l’utente root esiste in Ubuntu ma non può essere usato se non attraverso il comando sudo.

Probabilmente già conoscete come funziona sudo tool, ma se volete lanciare un programma grafico come se foste root o un altro utente ? è semplice basta usare gksudo al posto di sudo. Se volete lanciare ethereal (che è un famoso sniffer) come root,  bastera’ lanciare dalla shell il comando gksudo ethereal , vi verra’ richiesta una password (quella del vostro utente) e il programma sarà avviato come utente, ma con i permessi di root, a patto che il vostro utente sia stato precedentemente inserito tra gli utenti nella lista dei sudoers (/etc/sudoers).
Ma in alcuni casi si ha davvero la necessita’ di usare proprio l’utente root da shell e, per ovviare a questo problema si puo’digitare :

sudo -i

4. Aggiungere utenti come admin

Quando installiamo Ubuntu, viene aggiunto in automatico il primo utente come sudoers, questo permette a quell’utente di poter lanciare comandi come se fosse un utente root scrivendo la sua password (cosi come spiegato al punto precedente).

Tuttavia se si aggiungono altri utenti questi non avranno tale privilegio; per poter dare anche ai nuovi utenti questo privilegio bisogna inserirli tra gli utenti “admin” , digitando quanto segue:

sudo usermod -G admin nomeutente

Se l’utente facesse già parte di un’ altro gruppo bastera’ aggiungere al comando l’opzione ” -a ” facendolo diventare:

sudo usermod -a -G admin nomeutente

Se preferite fare il tutto da interfaccia grafica potete andare in Sistema (System) -> Amministrazione (Administration) -> Utenti e Gruppi (Users and Groups), selezionare l’utente a cui si vogliono dare i permessi di sudo e cliccare con il tasto destro, scegliere Propietà e sotto  “Privileggi utente” selezionare “Amministrare il sistema”.

5. Aggiungere un nuovo desktop

Molti utenti non sono sicuri su quale desktop usare, a differenza di sistemi come windows, Linux prevede l’uso di molte, diverse, interfacce grafiche in base alle preferenze dell’utente, ogni Desktop Manager è completamente diverso dagli altri e offre funzionalità diverse, tra i più famosi troviamo Gnome (quello di default), KDE, Xfce e molti altri.

Ubuntu infatti viene distribuito con molti nomi e contenuti diversi oltre all’ Ubuntu classico infatti ci sono Kubuntu, Xubuntu, Edubuntu, ecc…  se se n’ è installato soltanto uno è possibile comunque installare gli altri digitando semplicemente quanto segue senza bisogno di scaricare di nuovo il CD:

sudo apt-get install kubuntu-desktop
sudo apt-get install edubuntu-desktop
sudo apt-get install xubuntu-desktop

Alcuni sono più semplici da usare mentre altri sono più veloci, altri ancora sono più belli, insomma ce n’è per tutti i gusti.

Naturalmente si possono installare anche da interfaccia grafica usando tool come Synaptic.

6. Avanzamento di versione

Ci sono diversi metodi per eseguire un avanzamento di versione da un rilascio di Ubuntu ad un’ altro. Questi descritti sono i metodi raccomandati sulle guide ufficiali, ma fate sempre molta attenzione poiche’ nulla e’ perfetto.

do-release-upgrade

Il metodo di avanzamento raccomandato per la Server Edition è l’utilizzo dell’utilità do-release-upgrade, installata in modo predefinito come parte del pacchetto update-manager-core e priva di alcuna dipendenza grafica.

I sistemi basati su Debian possono ricorrere anche al comando apt-get dist-upgrade. L’uso di do-release-upgrade è comunque raccomandato in quanto è in grado di gestire le modifiche necessarie alla configurazione di sistema tra i rilasci.

Per avanzare ad un nuovo rilascio, da un terminale digitate quindi :

do-release-upgrade

È anche possibile usare do-release-upgrade per avanzare a una versione di sviluppo di Ubuntu. Per fare ciò, usare l’opzione -d:

do-release-upgrade -d

Docker – cosi’ cambia la virtualizzazione

docker_logoPREMESSA

Docker, inizialmente sviluppato per la piattaforma PaaS (Platform as a Service) di dotCloud, e’ oggi disponibile su Red Hat Fedora e sulla soluzione enterprise OpenShift. Grazie a questa tecnologia, la virtualizzazione passerà al livello applicativo, impacchettando quanto necessario per eseguire le applicazioni su differenti tipologie d’infrastrutture. Ecco quindi come si estendera’ il concetto del Linux Containers LXC , di cui abbiamo trattato in un prededente articolo (vedi link LXC).Docker è il nome di un nuovo ed impotante esempio di progetto, e di start-up, che ha stupito il mondo dell’open source ed ha attirato l’interesse finanziario, e non solo, di grandi gruppi del settore come Red Hat, e non solo.

Per chi non lo conoscesse, Docker è un progetto che automatizza il deployment delle applicazioni fra differenti piattaforme Linux based. L’obiettivo della piattaforma è quello di consentire la distribuzione e l’esecuzione agevole di un app su differenti tipologie di macchine, dotate di differenti sistemi operativi Linux, dai server virtuali, ai cloud-server presenti fra le nuvole private e pubbliche, fino ai bare-metal server, e fin’anche alle macchine fisiche.

Docker è stato inizialmente sviluppato per DotCloud la startup proprietaria di un’infrastruttura PaaS (Platform as a Service) multilingua.

Docker: ecco come funziona

Il funzionamento di base di Docker è alquanto semplice: il tool è capace di impacchettare un’applicazione e le sue dipendenze in un contenitore virtuale che può essere mandato in esecuzione su qualsiasi versione di Linux.Il risultato di questo processo è una maggiore flessibilità e portabilità delle applicazioni e l’opportunità di eseguirle ovunque senza alcuna problematica, dal proprio laptop, ai cloud server privati e pubblici, ai server virtuali fino ai server fisici.

Dockers non effettua la portabilità delle macchine virtuali o dei sistemi operativi, ma rende portabile il codice con cui l’applicazione è scritta, permettendo così una maggiore mobilità fra le macchine virtuali, anche nelle infrastrutture di cloud computing.

Dockers estende un formato comune di package già presente in Linux e noto come Linux Containers o LXC e Dockers per l’appunto utilizza il formato LXC, e le funzionalità kernel di Linux stesso, mentre lascia all’infrastruttura sottostante il compito di provvedere alle funzionalità del sistema operativo.

Docker sembra sposarsi perfettamente con OpenShift, con cui condivide alcuni aspetti tecnologici e architetturali fondamentali, come i namespace del kernel Linux e la gestione delle risorse tramite cGroups. Lo stesso Openshift, infatti, è costruito su Red Hat Enterprise Linux a già offre un sistema di “cartridge” basato sul formato LXC attraverso l’utilizzo delle Red Hat Enterprise Gears, che sara’ in grado di aumentarne l’usabilità e portabilità.

Il progetto Docker sta riscuotendo un alto livello d’ interesse anche fra i colossi del Web e dell’IT a tal punto che aziende del calibro di Microsoft, Red Hat (gia citata), IBM, Mesosphere, CoreOS, SaltStack e Google hanno iniziato a collaborare su un progetto open source pensato a Mountain View e conosciuto con il nome in codice Kubernets.

In pratica, Google e gli altri attori citati vogliono agevolare la gestione e l’uso dei contenitori Docker e Mountain View è fra le prime a sfruttare in modo massivo la tecnologia pensata da Docker all’interno dei suoi data center.

Insomma, per concludere, grazie ai signori di Docker passeremo presto ad un nuovo concetto di virtualizzazione, tutto ancora da scoprire, ma a vedere i nomi delle aziende che vogliono scommeterci , non resta che iniziare a prepararsi.

Bye

Sicurezza – Honeypot SSH

Kippo honeypotUn Honeypot SSH con Kippo

Chiunque abbia un minimo di esperienza nel mettere a punto server rivolti verso Internet conosce bene la quantità di scansioni e di attacchi automatizzati che si possono ricevere in brevissimo tempo, a volte nel momento stesso in cui ci si collega in Rete.

Molti scanner non sono sofisticati e si limitano a cercare porte ssh aperte per tentare un bruteforce e, in caso di successo, passare il controllo ad un attaccante umano (un cracker non un hacker).

Come descritto in un precedente articolo “Sicurezza con il PortKnocking” , i passi da fare per mettersi al sicuro non sono mai abbastanza ed inparticolare alcuni servizi vanno completamente blindati anche solo per evitare enormi moli di log del firewall, solo per i tentativi di login al servizio SSH; proprio per questi motivi un ottimo esercizio e’ quello di creare un honeypot partendo da quest’ultimo servizio.

In questo contesto si colloca Kippo: un honeypot che simula un server ssh vulnerabile il cui obiettivo è quello di impegnare un attaccante e registrarne i movimenti. E’ un tool open source scritto in Python progettato quindi per registrare attacchi di tipo bruteforce e, soprattutto, l’intera interazione shell effettuata dall’ attaccante. In pratica quando un utente malintenzionato cercherà di entrare nel vostro sistema si troverà davanti un finto sistema che registrerà tutte le sue attività.

Kippo nel tempo si è guadagnato una certa popolarità dovuta alla sua semplicità d’uso, portabilità e al fatto che permette di riprodurre i log degli attacchi registrati.

Installazione

Kippo è programmato in Python e si basa sul framework Twisted, è necessario quindi un interprete python almeno alla versione 2.5.

I requisiti sono i seguenti:

  • Python 2.5+
  • Twisted 8.0+
  • PyCrypto
  • Zope Interface

come prima cosa bisogna cambiare la porta del server SSH per fare questo basta aprire e modificare il file sshd_config:

# vim /etc/ssh/sshd_config

e sostituire la porta 22 con un’altra a vostra scelta,

Dopo aver modificato il parametro Port 22 con un altro (es. 2443) riavviare il servizio con il commando:

 # /etc/init.d/ssh restart

Una volta sistemato questo piccolo dettaglio, bisogna installare tutti i pacchetti necessari per il corretto funzionamento di Kippo:

Prima di mettere in esecuzione l’ honeypot occorre configurarlo agendo sui parametri nel file kippo.cfg.

Le principali opzioni sono le seguenti:

  • ssh_addr: l’indirizzo dell’interfaccia su cui vogliamo mettere kippo in ascolto (di default su tutte)
  • ssh_port: il numero della porta
  • password: la password per collegarsi all’ honeypot, di default è 123456 che statisticamente è la password più comune che si può trovare. Se impostiamo una password difficile rischiamo di far fallire un attacco brute force! e ci perdiamo il bello del divertimento.
  • [database_mysql]: parametri per loggare tutta l’attività di kippo su un db mysql. Di default questa opzione non è attiva.

Su Linux per motivi di sicurezza kippo non può essere eseguita come root e quindi non può mettersi direttamente in ascolto sulle porte basse del sistema (< 1024) tra cui anche quella di default del server ssh (la porta 22).

Per reindirizzare la porta 22 sulla porta in cui abbiamo messo in ascolto la honeypot dobbiamo impostare un reindirizzamento con il firewall di sistema. L’impostazione corretta dipende dal firewall che state usando sul vostro server e dalla tipologia della rete.

Ad esempio con iptables:

iptables -A PREROUTING -t nat -i eth0 -p tcp --dport 22 -j REDIRECT --to-port 2443

oppure usando l’ottimo tool rinetd, come spiegato enll’articolo “Catturare il traffico di rete“.

Installiamo i pacchetti
# apt-get install python-dev openssl python-openssl python-pyasn1 python-twisted

Visto che la porta 22 (che kippo dovrà monitorare) può essere utilizzata solo dall’ utente root e per ragioni di sicurezza non è consigliato usare kippo come utente root bisogna installare un altra piccola applicazione, Authbind, che ci permetterà di eseguire kippo sulla porta 22:

# apt-get install authbind

Ora creiamo un altro utente (non-root) che useremmo per eseguire kippo (non è vietato eseguire kippo come root ma per ragioni di sicurezza è consigliato usare un utente apposito):

# adduser kippo

e aggiungiamolo alla lista dei sudoers:

 # vim /etc/sudoers

aggiungendo la seguente stringa nel file:

kippo ALL=(ALL:ALL) ALL

(sotto l’utente root)

 Non ci resta che dare all’ utente kippo i privilegi per usare la porta 22:

# touch /etc/authbind/byport/22
# chown kippo:kippo /etc/authbind/byport/22
# chmod 777 /etc/authbind/byport/22

Ora non ci resta che cambiare utente ed entrare nel sistema con l’utente kippo, una volta cambiato utente siamo pronti a scaricare kippo (verificare sul sito del progetto per nuove versioni):

# wget https://kippo.googlecode.com/files/kippo-0.8.tar.gz /home/<utente xxx>/Downloads/

estraiamo i file:

# tar -zxvf kippo-0.8.tar.gz -C /opt/

ora ci spostiamo nella cartella del programma e modifichiamo il file kippo.cfg inserendo la porta 22 come target (di default è impostata la 2222) con la porta da voi prescelta, tipo la 2443.

# vim kippo.cfg

ed in fine modifichiamo il file start.sh:

# vim start.sh

sostituendo la stringa:

twistd -y kippo.tac -l log/kippo.log –pidfile kippo.pid

con:

authbind –deep twistd -y kippo.tac -l log/kippo.log –pidfile kippo.pid

ora non ci resta che eseguire il programma con:

# ./start.sh

…… e qualsiasi tentativo di connettersi alla porta 22 del sistema sarà registrato da Kippo e file di log verranno archiviati nella cartella corrispondente. Kippo rimane in esecuzione in background e aspetta che qualche attaccante si faccia vivo.

Quando finalmente riusciremo a registrare un attacco (e solitamente è questione di solo poche ore!) l’honeypot si occuperà di registrare ogni movimento.

Nella cartella log/ verranno salvati i log interattivi delle sessioni registrate e in quella dl/ verranno salvati i file e gli eseguibili che gli ignari attaccanti tenteranno di scaricare sul server (di solito rootkit, malware generici, etc)

Il divertimento, una volta collezionati un po di log interattivi, è quello di riprodurli con il playlog che è una utilità che permette di riprodurre i log come se fossero un video.

Il programma si trova nella cartella utils/, per eseguirlo (da linea di comando):

python playlog.py /path/to/xxx.log

Statistiche

Quando si ha una honeypot funzionante a pieno regime può risultare scomodo controllare periodicamente i log per capire il numero di attacchi ricevuti, la durata e altre informazioni utili.

Per facilitarci le cose possiamo affidarci a un programma come Kippo Graph che si occupa di generare statistiche dettagliate e farci risparmiare del tempo prezioso.

Da Video a GIF con QGifer

QGifer-logoTra i file maggiormente diffusi le immagini in formato GIF occupano sicuramente una posizione di rilievo. Online, ed in special modo sui forum, le GIF vengono infatti usate in maniera molto frequente, in particolare per pubblicare contenuti divertenti.

QGifer è un software gratuito ed open source per sistemi Windows, Linux e FreeBSD, attraverso il quale possiamo convertire video .avi in animazioni .gif e personalizzarle in base alle nostre preferenze.

Funzionalita’

QGifer dispone di svariati e utili funzionalità che rendono il software unico nel suo genere, tra le principali caratteristiche troviamo :

  • la possibilità di convertire l’intero filmati avi o solo una parte.
  • Attraverso una semplice e molto intuitiva interfaccia grafica potremo applicare filtri al video da convertire, gestire i margini e frame rate.
  • opzione con la quale potremo anche operare sui FPS e i livelli di Zoom con la possibilità di attivare anche il loop.
  • E’ possibile inserire testo o immagini all’interno del video con la possibilità di visualizzarli in tutto il video o solo una parte di esso.

Utilizzare QGifer è davvero molto semplice anche se deve fare attenzione al formato del video da convertire che non deve avere più di 1800 frames e non usare i codec motion JPEG or YUV4. Se il video che vogliamo convertire non è supportato da QGifer potremo prima convertire il video in avi utilizzando ad esempio OpenShot oppure altri tool di conversione come Selene Media Encoder,ConvertMe , Panther ecc…

Per installare QGifer in Ubuntu

sudo add-apt-repository ppa:samrog131/ppa
sudo apt-get update
sudo apt-get install qgifer

All’avvio del programma tutte le funzioni di modifica del file sono mostrate nella parte sinistra dello schermo mentre nella parte destra è presente l’anteprima del file.
La prima operazione da effettuare per potersi servire di QGifer consiste nel caricare il file video originale da cui si desidera creare l’immagine GIF.

QGifer supporta tutti i formati di file video più diffusi tra cui anche MOV, MP4 AVI.

Dopo aver selezionato il file video su cui agire è possibile procedere applicando filtri, margini e cambiando il frame rate. Dalla sezione Preview Properties sotto Toolbox è anche possibile controllare gli FPS e il livello di zoom, oltre a poter specificare se attivare o meno il loop. QGifer consente inoltre d’impostare l’inizio e la fine della GIF.

Una volta apportate tutte le modifiche desiderate, la GIF può essere esportata semplicemente cliccando sul pulsante Extract GIF annesso all’interfaccia principale del software.

Da notare inoltre che QGifer consente anche di salvare il proprio progetto in modo tale da potervi apportare ulteriori modifiche in un secondo momento.

Per chi preferisce il formato .tar.gz potete scaricare il pacchetto da questo link : Download