PRIVACY / SICUREZZA & CULTURA DIGITALE

BESEF / CONSAPEVOLEZZA

Il cavallo di Troia che abbiamo in tasca

Dall’automobile allo smartphone: perché imparare a riconoscere i rischi digitali è diventato necessario.

PARTE 01 — RICONOSCERE I PERICOLI

Quando una grande invenzione cambia le regole del gioco

Immaginiamo di tornare indietro di oltre un secolo, ai tempi delle prime automobili.

Le strade erano percorse prevalentemente da pedoni, carrozze, cavalli e biciclette. Le automobili rappresentavano una novità straordinaria, un’invenzione destinata a cambiare profondamente il modo di vivere e di spostarsi.

All’inizio erano poche, costose, complicate da utilizzare e accessibili soltanto a una parte limitata della popolazione.

Con il passare degli anni, però, le automobili diventarono sempre più diffuse.

E con la loro diffusione emerse qualcosa che inizialmente non era stato possibile prevedere in tutte le sue conseguenze: non bastava più costruire automobili capaci di muoversi. Bisognava imparare a convivere con esse.

Le strade dovevano adattarsi, il traffico doveva essere regolamentato, i conducenti dovevano essere identificabili e gli incidenti dovevano essere prevenuti e gestiti.

Si svilupparono progressivamente sistemi di immatricolazione, targhe, segnaletica, semafori, norme di circolazione, patenti di guida e assicurazioni.

Non tutte queste innovazioni arrivarono nello stesso momento o nello stesso ordine nei diversi Paesi. Furono il risultato di un lungo processo di adattamento tecnologico, sociale e normativo.

Eppure oggi ci sembrano assolutamente naturali.

Nessuno si stupisce che per guidare un’automobile, una moto, un camion sia necessario conoscere il significato dei segnali stradali, rispettare le precedenze, comprendere i limiti di velocità o avere una o più patenti ed una copertura assicurativa.

Non consideriamo queste conoscenze una specializzazione riservata agli ingegneri automobilistici ma una conoscenza diffusa.

Sono oggi parte della preparazione necessaria per utilizzare responsabilmente un mezzo che è entrato nella vita quotidiana di milioni di persone.

E soprattutto abbiamo imparato che la sicurezza stradale non dipende esclusivamente dalla qualità dell’automobile.

Un veicolo può avere freni eccellenti, airbag, sistemi elettronici di stabilità e sensori di ogni genere. Ma se chi lo guida non conosce le regole, ignora i segnali o sottovaluta una situazione pericolosa, tutte quelle tecnologie potrebbero non bastare.

L’automobile è diventata sempre più sicura, ma il comportamento del conducente continua ad avere un ruolo fondamentale.

Ora proviamo a trasferire questo ragionamento a un’altra tecnologia che ha trasformato la nostra moderna società.

Una tecnologia che, in pochi decenni, è entrata nelle case, nelle tasche e nelle abitudini di miliardi di persone.

Internet. E soprattutto lo smartphone.

Una rivoluzione senza patente

Per guidare un’automobile, nel 2026, dobbiamo dimostrare di conoscere almeno 10 tipologie di regole fondamentali della circolazione.

Esempio:

Area di studioArgomenti principali
1. SegnaleticaSegnali di pericolo, divieto, obbligo, precedenza, indicazione e segnaletica orizzontale.
2. Regole di circolazionePrecedenze, incroci, semafori, sorpassi, svolte, fermata e sosta.
3. Velocità e distanzeLimiti di velocità, distanza di sicurezza, spazi di frenata e condizioni stradali.
4. Sicurezza del veicoloCinture, airbag, seggiolini, pneumatici, freni, luci e dispositivi di sicurezza.
5. Conoscenza del mezzoElementi di meccanica, manutenzione, controlli e spie del cruscotto.
6. Comportamento del conducenteAttenzione, stanchezza, tempi di reazione, alcol, droghe e farmaci.
7. Incidenti e primo soccorsoPrevenzione, comportamento in caso di incidente e assistenza agli infortunati.
8. Responsabilità e documentiPatente, assicurazione RCA, sanzioni e responsabilità civile e penale.
9. Rispetto degli altriPedoni, ciclisti, utenti vulnerabili e comportamento corretto sulla strada.
10. AmbienteConsumi, emissioni, inquinamento e guida rispettosa dell’ambiente.

Per utilizzare uno smartphone, invece, non è richiesta alcuna preparazione.

Basta acquistarlo, accenderlo, seguire alcune istruzioni e cominciare.

Naturalmente non sto suggerendo di introdurre una patente per Internet. Il paragone serve a evidenziare una differenza importante nel modo in cui affrontiamo due tecnologie ormai indispensabili.

Nel mondo automobilistico abbiamo progressivamente riconosciuto che la diffusione di uno strumento richiede anche educazione specifica, regole e consapevolezza.

Nel mondo digitale, invece, abbiamo privilegiato soprattutto la semplicità e la rapidità di accesso.

E questo ha prodotto un fenomeno curioso.

Possiamo utilizzare quotidianamente servizi bancari, effettuare pagamenti, gestire documenti personali, comunicare informazioni riservate e autorizzare operazioni importanti senza sapere quasi nulla dei meccanismi tecnologici che rendono possibili queste attività.

Non è necessario conoscere il funzionamento di un motore per guidare un’automobile. Allo stesso modo, non serve conoscere i protocolli di rete o la crittografia per utilizzare Internet.

Ma così come un automobilista dovrebbe sapere cosa significa una spia rossa sul cruscotto, chi utilizza Internet dovrebbe imparare a riconoscere alcuni segnali di pericolo.

Un indirizzo sospetto, una richiesta insolita di credenziali, un messaggio che pretende una risposta immediata, un’applicazione che richiede autorizzazioni apparentemente ingiustificate.

Sono, in un certo senso, i segnali stradali della nostra vita digitale.

Il problema è che molti di noi non hanno mai imparato a leggerli.

E spesso non sappiamo nemmeno che esistono.


Un oggetto, mille responsabilità

Proviamo a pensare a una giornata qualsiasi.

Ci svegliamo e controlliamo il telefono. Leggiamo i messaggi, guardiamo le notizie, consultiamo il meteo. Magari paghiamo un caffè, acquistiamo un biglietto, controlliamo il conto corrente o riceviamo un codice per accedere a un servizio.

Durante il giorno fotografiamo, condividiamo, cerchiamo informazioni, utilizziamo il navigatore. La sera magari prenotiamo una visita medica, facciamo un acquisto, prenotiamo una vacanza o scambiamo documenti con qualcuno.

Tutto attraverso lo stesso dispositivo.

Lo smartphone è diventato contemporaneamente il nostro portafoglio, la nostra agenda, il nostro archivio personale, uno strumento di comunicazione e una delle principali chiavi della nostra identità digitale.

Un oggetto straordinario, indubbiamente. Ma proprio questa concentrazione di funzioni dovrebbe portarci a una riflessione.

Quanto sappiamo davvero di ciò che accade quando tocchiamo lo schermo?

La tecnologia ha compiuto un’impresa eccezionale: rendere operazioni estremamente complesse accessibili praticamente a chiunque.

Un bambino, una persona anziana o un esperto informatico possono utilizzare le stesse applicazioni, spesso senza percepire alcuna differenza.

Ma c’è un paradosso.

La tecnologia è diventata universale. La conoscenza dei suoi rischi, invece, non lo è.

E questa distanza tra facilità d’uso e comprensione dei meccanismi rappresenta uno dei punti deboli della nostra vita digitale.

Il cavallo di Troia moderno

Quando sentiamo parlare di attacchi informatici, immaginiamo spesso un hacker davanti a numerosi monitor, impegnato a violare sistemi attraverso sofisticate competenze tecniche.

È un’immagine cinematografica che racconta soltanto una presunta realtà romantica, che cerca di raffigurare “l’uomo nero” delle fiabe, usate per spaventare i bambini.

Molti attacchi non hanno bisogno neppure di superare complesse protezioni informatiche. Cercano piuttosto di convincere una persona a compiere spontaneamente un’azione: aprire un collegamento, comunicare una password, autorizzare un pagamento, installare un’applicazione.

In altre parole, non sempre è necessario forzare una porta quando si può convincere qualcuno ad aprirla.
( “un sistema è forte quanto il suo anello più debole” )

Ed è qui che lo smartphone assume un ruolo centrale.

Lo portiamo sempre con noi. Lo consultiamo decine di volte al giorno, spesso distrattamente, mentre camminiamo, lavoriamo, viaggiamo o facciamo altro.

Riceviamo continuamente notifiche e richieste di attenzione. Ci abituiamo a rispondere rapidamente, a confermare, ad accettare, a premere << Continua >>.

Questa familiarità crea FIDUCIA.

Ma la fiducia, quando diventa automatica, senza alcuna verifica, può trasformarsi in una vulnerabilità.

Lo smartphone non è necessariamente un dispositivo insicuro. Anzi, i moderni sistemi operativi dispongono di numerose protezioni sofisticate.

Il problema è che anche un dispositivo ben protetto può diventare il punto d’incontro tra una persona, un messaggio ingannevole e una decisione sbagliata.

Il nostro cavallo di Troia non è quindi soltanto tecnologico: è anche psicologico.

E non riguarda esclusivamente chi ha poche conoscenze informatiche.

Anche una persona esperta può essere ingannata quando è distratta, stanca, preoccupata o semplicemente convinta di trovarsi in un ambiente affidabile.

Le competenze riducono i rischi, ma non rendono invulnerabili.


Quando basta una lettera: il typosquatting

Immaginiamo di dover accedere al sito della nostra banca.

Digitiamo l’indirizzo nel browser oppure seguiamo un collegamento ricevuto tramite messaggio.

La pagina che appare è familiare: stesso logo, stessi colori, stessa disposizione dei pulsanti.

Inseriamo le credenziali.

Eppure qualcosa non torna.

L’indirizzo contiene una piccola differenza rispetto a quello originale: una lettera scambiata, un carattere aggiunto oppure una parola apparentemente innocua.

È uno dei meccanismi utilizzati nel typosquatting, una tecnica che sfrutta indirizzi Internet molto simili a quelli autentici.

Per esempio, immaginiamo un servizio fittizio chiamato bancasicura.it. Un malintenzionato potrebbe utilizzare un indirizzo simile come bancaslcura.it, sostituendo una lettera con un’altra graficamente somigliante.

La differenza può essere difficile da notare, soprattutto sul piccolo schermo di uno smartphone.

Il typosquatting non è necessariamente un attacco in sé: è una tecnica di imitazione degli indirizzi che può essere utilizzata per indirizzare le persone verso siti fraudolenti, distribuire software indesiderato o sottrarre informazioni.

E c’è un dettaglio importante: il lucchetto del browser e la presenza di HTTPS non garantiscono che un sito sia legittimo.

Indicano che la connessione è cifrata, non che chi gestisce il sito sia chi dichiara di essere.

La prima difesa non richiede competenze specialistiche: per operazioni delicate, è preferibile utilizzare un’app ufficiale verificata oppure un indirizzo salvato in precedenza e controllare attentamente il dominio prima di inserire informazioni.

È un po’ come leggere un cartello stradale prima di imboccare una direzione.

Un secondo di attenzione può evitare di finire nel posto sbagliato o contromano in autostrada

Il phishing: quando l’attacco arriva travestito da comunicazione

Un messaggio sul telefono:

«Abbiamo rilevato un accesso sospetto al tuo conto. Per evitare la sospensione, verifica immediatamente la tua identità.»

Il messaggio sembra provenire dalla banca. Il tono è professionale. Il logo è quello giusto.

E soprattutto c’è una parola che cambia tutto: immediatamente.

Il phishing è una forma di inganno che tenta di ottenere informazioni, credenziali o azioni attraverso comunicazioni che imitano soggetti affidabili.

Può arrivare tramite email, SMS, applicazioni di messaggistica o altri canali.

Non si basa soltanto sull’imitazione grafica. Sfrutta emozioni e comportamenti umani: urgenza, paura di perdere denaro, curiosità, fiducia nell’autorità.

Il messaggio può parlare di un pacco in consegna, di una fattura non pagata, di un rimborso fiscale, di un account da verificare, di un premio da ritirare.

Ciò che accomuna molti di questi tentativi è la volontà di farci agire prima di riflettere.

E sullo smartphone questo meccanismo può essere particolarmente efficace.

Una notifica compare mentre siamo impegnati in altro; la apriamo, leggiamo velocemente e decidiamo in pochi secondi.

La domanda da porsi non è soltanto:

«Questo messaggio sembra autentico?»

Ma soprattutto:

«Posso verificare questa richiesta attraverso un canale indipendente?»

Se riceviamo una comunicazione apparentemente bancaria, possiamo aprire autonomamente l’app della banca o contattarla attraverso un recapito già conosciuto.

Non dobbiamo necessariamente riconoscere ogni possibile truffa.

Dobbiamo imparare a non affidare la verifica di un messaggio agli stessi strumenti che il messaggio ci propone.

La privacy: quello che lasciamo dietro di noi

Finora abbiamo parlato di attacchi, ma esiste un’altra dimensione della sicurezza digitale, meno evidente e spesso sottovalutata.

La quantità di informazioni che produciamo e condividiamo quotidianamente.

Ogni account creato, ogni applicazione autorizzata, ogni servizio utilizzato può contribuire alla costruzione di un insieme di dati che racconta qualcosa di noi.

Non parliamo soltanto di nome, cognome o indirizzo.

Le nostre abitudini, gli orari, gli spostamenti, gli interessi, gli acquisti e le relazioni possono rivelare aspetti personali anche senza che li abbiamo dichiarati esplicitamente.

Una singola informazione può sembrare insignificante. Molte informazioni, combinate, possono diventare estremamente rivelatrici.

E non serve necessariamente che qualcuno violi il nostro telefono per raccoglierle.

Una parte può essere acquisita attraverso normali attività di tracciamento, autorizzazioni concesse alle applicazioni o servizi a cui abbiamo scelto di affidarci.

Naturalmente, non ogni raccolta di dati è illegittima o malevola. Molti servizi hanno bisogno di determinate informazioni per funzionare.

La questione è un’altra:

Siamo consapevoli di quali dati cediamo, a chi e per quali finalità?

Proteggere la privacy non significa necessariamente diventare invisibili su Internet.

Significa recuperare, per quanto possibile, la capacità di decidere quali informazioni condividere.

E proprio come impariamo a non lasciare incustoditi documenti, chiavi o oggetti di valore, dovremmo imparare a considerare anche le nostre informazioni digitali qualcosa che merita attenzione.

Qui so già che molti penseranno: “ma tanto io non ho nulla da nascondere…”

«Non ho nulla da nascondere» è forse la frase più ingenua che si possa pronunciare nell’era digitale. Perché la privacy non serve a nascondere qualcosa di sbagliato, ma a impedire che qualcuno possa sapere tutto di noi, utilizzare quelle informazioni contro di noi e decidere cosa farne senza il nostro consenso.
Non chiudiamo la porta di casa perché nascondiamo qualcosa di illegale. La chiudiamo perché ciò che è nostro non deve essere automaticamente accessibile a chiunque, senza il nostro consenso.

Perché dovremmo ragionare diversamente con la nostra vita digitale?»

Non serve vivere nella paura

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che la soluzione sia rinunciare allo smartphone, smettere di utilizzare Internet o diffidare di qualsiasi servizio.

Non è questo l’obiettivo.

La tecnologia offre opportunità enormi, e sarebbe assurdo ignorarle.

La sicurezza, inoltre, non è uno stato assoluto.

Non esiste un dispositivo, un’applicazione o un comportamento capace di eliminare completamente ogni rischio.

Esistono però abitudini che possono ridurlo considerevolmente.

Imparare a distinguere un indirizzo autentico da uno ingannevole. Non riutilizzare le password. Attivare sistemi di autenticazione aggiuntivi, preferendo quando disponibili passkey resistenti al phishing. Mantenere aggiornati i dispositivi. Limitare i permessi delle applicazioni e cancellare gli account inutilizzati.

Sono comportamenti che non richiedono necessariamente grandi investimenti economici né una formazione informatica avanzata.

Richiedono soprattutto una cosa: comprendere perché sono importanti.

Perché installare un’applicazione di sicurezza senza sapere quali problemi affronta può darci una falsa sensazione di protezione.

E perché nessuna tecnologia può sostituire completamente la nostra capacità di valutare una situazione.

L’obiettivo non è trasformare ogni cittadino in un esperto di cybersecurity. È fare in modo che nessuno debba affidarsi esclusivamente alla fortuna quando utilizza gli strumenti digitali della propria vita quotidiana.

La consapevolezza è il primo sistema di sicurezza

Torniamo per un momento all’automobile.

Oggi saliamo in macchina e diamo per scontato che esistano regole, strumenti e comportamenti pensati per proteggerci.

Sappiamo che una cintura di sicurezza può ridurre le conseguenze di un incidente, che un semaforo rosso impone di fermarsi e che non tutte le condizioni di guida presentano lo stesso livello di rischio.

Eppure non viviamo ogni viaggio con la paura di avere un incidente.

Semplicemente, abbiamo imparato a riconoscere i pericoli e ad adottare comportamenti adeguati.

È questo il rapporto che dovremmo costruire anche con la tecnologia digitale.

Non dobbiamo rinunciare alla comodità dello smartphone, ma smettere di considerare ogni operazione semplice soltanto perché è facile da eseguire.

Un pulsante può essere facile da premere senza che le conseguenze siano altrettanto semplici da comprendere.

Un’applicazione può essere intuitiva senza essere necessariamente rispettosa della nostra privacy.

Un messaggio può sembrare affidabile senza esserlo davvero.

La semplicità di utilizzo non deve essere confusa con l’assenza di rischi.

E forse è proprio questa la prima regola della nostra educazione digitale.

Non avere paura della tecnologia.

Imparare a conoscerla.

Fine della prima parte.

Cyber Risk – il Dipendente infedele (la minaccia e’ in azienda)

il dipendente infedele

The Unfaithful Employee – #Cyber Risk

The unfaithful employee

Ormai leggiamo, sentiamo, vediamo speciali alla TV, che hanno come tema l’esponenziale crescita del Cyber Risk da cui derivano attacchi di ogni genere che vanno dalla truffa online, alla compra vendita di carte di credito, all’uso di speciali software/scripts ai Ransomware, che “rapiscono” i nostri device, personali o aziendali per un vero e proprio riscatto, spesso in cripto valute, etc….. e la lista e’ varia come la fantasia delle persone che le studiano.

Oltre ai pericoli sopra citati dobbiamo aggiungerne uno che negli ultimi anni sta evidenziandosi alla stregua dei cosiddetti “attacchi hacker”, questo pericolo e’ il rischio del “dipendente infedele”.
Gia, perche’ se e’ ancora vero che piu’ dell’80% delle spese in ambito security delle aziende e’ ancora improntato verso la “sicurezza del perimetro esterno”, sono sempre piu’ in aumento i casi documentati di violazioni (spesso ad hoc) da parte o con la complicita’ di dipendenti infedeli.

Del resto sono sempre piu’ lontani, o confinati nella cinematografia, gli attacchi del singolo hacker che punta ostinatamente la grande preda (Banche o Assicurazioni, la NASA ed i soliti noti….), mentre nella realta’ ormai siamo tutti collegati a tutti tramite e-mail, social network e cosi anche chi punta “alla balena bianca” passa prima per quelli che, nella migliore delle ipotesi, possono diventare vittime collaterali, ma comunque vittime.
Chi entra nella nostra privacy per poter arrivare ad un bersaglio piu’ importante, colpisce comunque prima noi ed i nostri diritti; questo perche’ non venga mai sottovalutata l’importanza che ormai rivestiamo tutti nei confronti di tutti, un po’ come spiegato anche nel famoso concetto dei 6 gradi di separazione (Six Degrees of Separation).
Basta quindi con l’idea ormai assurda di credere di essere al sicuro, affermando semplicemente: “perche’ dovrebbero colpire proprio me, io non ho nulla da nascondere….” ;
e’ esattamente questo modo di pensare che aiuta chi usa con capacita’ le tecniche di ingegneria sociale e di phishing a perpretare i loro crimini.

In effetti possiamo elencare alcuni punti importanti che possiamo descrivere come sfavorevoli alla lotta al Cyber Risk:

  • apparente e diffusa sensazione di sicurezza – troppe persone pensano che avere un antivirus sul pc ed un Firewall da 2 euro al mese sul cellulare basti alla protezione;
  • sottostimiamo che i danni possono essere pesantissimi – per un privato puo’ essere il trovarsi con il conto bancario svuotato, oppure dover pagare un riscatto x riavere l’accesso alle proprie foto, mentre per le aziende molto spesso e’ la perdita della reputazione e molto altro ancora….
  • il campo di gioco/battaglia e’ il mondo intero – questo e’ uno degli aspetti meno considerati, oggi giorno si puo’ venire attaccati da chiunque, da ogni parte del mondo, ed i motivi che smuovono gli attacchi possono essere i piu’ diversi, non soltanto quelli economici o legati allo spionaggio industriale (che fa molto spy story)
  • il rischio dell’errore umano e’ dietro l’angolo – quotidianamente i nostri software e le nostre app vengono aggiornate, spesso in automatico, perche’ le aziende scoprono (spesso troppo in ritardo) bugs e malfunzionamenti di ogni genere, a volte sono errori di programmazione, altri sono modifiche richieste dal mercato, altri ancora iniettati da dipendenti fraudolenti, o pagati per farlo etc….etc….

Non a caso, anche il mercato assicurativo sta introducendo polizze per il “cyber risk”, studiate per garantire risposte certe e complete a questo rischio in forte ascesa.

Ma torniamo al tema portante di questo articolo e proviamo a definire chi e’ il “dipendente infedele”.
Il dipendente infedele è quel soggetto che essendo all’interno di una azienda, attraverso svariate tecniche tra cui il social engineering e, l’utilizzo dei sistemi e delle tecnologie informatiche, riesce a carpire/rubare informazioni sensibili circa l’azienda stessa e i colleghi di lavoro.

Sbagliamo se pensiamo che per arrivare ad avere informazioni tanto importanti o confidenziali si debba essere per forza parte dell’ingranaggio dei Manager (anch’essi spesso non esenti da questo rischio per via del ruolo chiave che rivestono) , invece tipicamente queste figure, qualora non abbiano privilegi particolari o amministrativi, punteranno ad acquisire informazioni in qualsiasi  modo possibile, tipo rovistando tra le varie scrivanie in cerca di
post-it riportanti utenze e password, accedendo alle postazioni dei colleghi durante la loro assenza oppure introducendosi in aree con accesso restrittivo in cerca di documenti lasciati in vista, effettuando backup dalla rete aziendale interna o di database contenenti progetti in corso o qualsiasi altra informazione che potrebbe tornare utile, salvando il tutto su supporti esterni come chiavette USB e molto altro ancora……

Quali sono le cause

Generalizzando il concetto, potremmo dire che questa figura è solitamente caratterizzata da un forte senso di insoddisfazione verso l’azienda, i titolari o i colleghi.

I dati sottratti illecitamente solitamente vengono utilizzati per i seguenti scopi:

  • vendita delle informazioni ad una azienda concorrente in cambio di un compenso economico oppure di una offerta lavorativa migliore;
  • riutilizzo dei dati sottratti per aprire una società in parallelo spesso violando patti di non concorrenza;
  • estorsione di denaro verso i legittimi proprietari dei dati;
  • modifica/cancellazione di dati, oppure divulgazione senza scopo di lucro al fine di creare un danno economico e di immagine all’azienda.

Questo ci porta ad interrogarci circa la validita’ sul campo di molte delle piu’ comuni tecniche di policy aziendale, ma nel caso si verifichi una fuga di dati verso l’esterno ad opera di un dipendente infedele sara’ importante effettuare delle indagini per far luce sullo scenario accaduto e trattare nel modo più opportuno l’incidente verificatosi, e quale miglior sistema che adottare le tecniche della Digital Forensics ed i tencici specializzati in questa materia.

Questo fenomeno e’ in grande ascesa e le aziende che monitorano lo sviluppo del Cyber Crime, fanno notare come negli ultimi anni nel dark web, gli hacker stanno reclutando e preparando tecnicamanete degli insider con gli strumenti e le conoscenze necessarie a perpetrare attacchi, informatici e non, nei confronti delle loro aziende.

Il rischio del DarkWeb

Il dark web sta facendo leva principalmente su tre fattori predominanti, per creare la propria “armata” di dipendenti infedeli, quali:

  • insider trading: bastera’ dimostrare di poter accedere ad informazioni non disponibili al grande pubblico, per poter essere reclutati;
  • vendita di numeri di carte di credito da parte di insider che lavorano presso negozi di vendita al dettaglio;
  • installazione di malware all’interno delle aziende, eludendo così ogni sistema di sicurezza perimetrale.

Tutti motivi per i quali oggi giorno alle aziende non basta piu’ monitorare soltanto la parte fisica dei propri dati e device ma e’ costretta ad introdurre anche quelli che vengono definiti come “vigilanti del sentiment”, ossia personale preparato ed addestrato a riconoscere non soltanto gli abusi a livello tecnico ma principalmente i “segnali” della possibile infedelta’ , quindi del “sentiment negativo” dei dipendenti verso specifiche figure aziendali o dell’intera azienda, insomma dei veri e propri investigatori.

Anche in questo caso potremmo dettagliare con tre punti chiave, i motivi per cui un’azienda dovrebbe rivolgersi ad un’agenzia investigativa:

  • a tutela del patrimonio e della produttività aziendale;
  • a salvaguardia del know-how aziendale;
  • a sostegno del management

A coadiuvare questo articolo useremo le parole di due veri esperti del mondo digitale e della sicurezza, in grado di spiegare ancora meglio i concetti sopra descritti; eccovi dunque il video dell’ottima intervista fatta da Matteo Flora a Marianna Vintiadis

Godetevi il video:

CITRIX databreach – Rubati 6 Terabyte di dati

Citrix databreach 6 Terabyte rubati

CyberWar, questo potrebbe essere il titolo di meta’ delle notizie che hanno a che fare con attacchi informatici di ogni genere, sia che siano diretti ad enti governativi o di Inteligence o che vadano a colpire grandi aziende.
Questo perche’ la CyberSecurity passa prima di tutto dalle aziende responsabili della creazione e dello sviluppo delle piattaforme informatiche/web che sempre piu’ quotidianemente usiamo ed useremo.

Pensando ai danni che potranno accadere con lo sviluppo delle tecnologie IoT, se non verranno ben gestite, il futuro digitale sembra vivere un momento di forte confusione. Ma veniamo alla notizia di qualche giorno fa.

L’attacco questa volte e’ avvenuto ai danni di Citrix, ed e’ di nuovo allarme sicurezza a livello mondiale, poiche’ questa volta la vittima è una di quelle aziende popolari, cosi come Facebook o Amazon, in quanto Citrix  e’ un’ azienda d’importanza e di forte impatto nel mercato delle soluzioni per la virtualizzazione desktop e server.

L’attacco e’ cosi importante, non soltanto per la quantita’ di dati sottratti, ma perche’ molti, o la stragrande maggioranza di essi, sono documenti tecnici di progettazione, che potrebbero quindi essere usati per accedere ai sistemi dei clienti che utilizzano le piattaforme Citrix. Tanto importante, dicevamo, che a gestire le indagini e’ intervenuta direttamente l’FBI, cosi come riportato anche in un’articolo di Forbes:
Why The Citrix Breach Matters And What To Do Next

Citrix ha immediatamente dichiarato di essere al lavoro per far rientrare l’allarme, ed ha aperto un’indagine interna, di tipo forense, per poter capire cosa e come sia successo.

Di per se a noi che non siamo direttamente coinvolti poco importa il COME, anche se lascia comunque basiti del fatto che, in pratica, non esiste alcune azienda che non sia attaccabile, sembra soltanto che sia piu’ una questione di tempo, di QUANDO questo succedera’.

In questo specifico caso, sembra che gli attaccanti avrebbero usato una tattica chiamata “password spraying”, in cui vengono sfruttate le password deboli per ottenere accesso al sistema, anche se limitato, per poi, successivamente, trovare il modo per aggirare i sistemi di sicurezza e fare escalation sul sistema vittima.

Quello che vorrei evidenziare, piu’ dell’attacco in se e piu’ ancora dell’azienda che e’ stata vittima, e’ che oggi giorno dovremmo tutti capire che Internet ( ossia il luogo in cui tutti noi ci scambiamo informazioni lavorative e/o personali ) e’ visto dagli altri “competitor” come un vero e proprio campo di battaglia, questo perche’ “la Rete” si e’ trasformata nel “Quinto Dominio Militare”, infatti il Cyberspazio è oramai da considerarsi la nuova frontiera della Guerra tra stati, un dominio in carenza di regolamentazione, dove i danni collaterali (le vittime ignare) siamo noi.

Consiglio a tutti la visione e l’ascolto di questo ottimo video che s’intitola per l’appunto GUERRA DIGITALE
con Matteo Flora & Stefano Mele.

Sneaky Phishing rompe la doppia autenticazione SMS

Sneaky Phishing vs 2FA

I ricercatori del Certfa Lab hanno individuato una campagna di sneaky phishing,  che potremmo tradurre genericamente come il phishing “subdolo”, che e’ in grado di compromettere i sistemi di protezione di accesso ai servizi on-line basati sulla doppia autenticazione con SMS.

Come abbiamo gia descritto in un recente articolo, anche i migliori sistemi di autenticazione online , tramite il 2FA, ossia il sistema di autenticazione a doppio fattore, soprattutto quello per cui interagiamo con il servizio a cui vogliamo collegarci tramite il doppio uso di Login+SMS codice, e’ ormai a rischio, motivo per cui sono nate le chiavette come la Yubikey o, piu’ recentemente, la Titan Security Key di Google.

Ma oggi purtroppo nuovi pericoli affliggono la gestione di accesso tramite SMS, infatti sono arrivate nuove tipologie di attacco informatico che possono invalidare il livello di sicurezza di questo sistema.

Oggi parleremo della truffa chiamata “Sneaky phishing”. Prima di questo nuovo attacco informatico, l’autenticazione a due fattori (two-factor authentication) era considerata il sistema di protezione più sicuro per proteggere i propri account, soprattutto quelli per l’accesso ai servizi di home banking, e proprio l’autenticazione basata su SMS negli ultimi tempi è stata colpita da vari attacchi “man-in-the-middle” e “man-in-the-browser”, nonché da frodi nello scambio di SIM di famosi provider di telefonia mobile.

L’attacco Sneaky phishing è stato creato attorno alla vecchia idea di inviare un falso allarme di accesso non autorizzato ad un account vittima, utilizzando un indirizzo generico ma dall’aspetto plausibile, come ad esempio:
” notifications.mailservices@gmail.com ”

L’inganno iniziale di questo attacco , che quindi sfrutta in partenza la tecnica del Phishing , sfrutta il fatto che Google, ma anche Yahoo e tutti gli altri grandi nomi di Internet, inviano spesso avvisi di sicurezza per informare i proprio utenti di un accesso sospetto ai rispettivi account da computer o dispositivi diversi da quelli utilizzati normalmente .

All’interno di questi messaggi possono trovarsi diverse altre tecniche di cattura dei dati di accesso per la violazione di un’account, quali ad esempio:

  • pagine e file di phishing ospitate su sites.google.com, un sottodominio di Google
  • invio dell’avviso e-mail come immagine cliccabile dell’add-on Screenshot di Firefox, piuttosto che come URL in modo da bypassare i sistemi di anti-phishing
  • tracciamento di chi ha aperto le e-mail incorporando un minuscolo pixel 1×1 cosiddetto “beacon” che viene ospitato e monitorato da un sito web esterno

…..etc……etc……..

Presumibilmente è stato così per la maggior parte dei loro bersagli, nella pratica i criminali hanno utilizzato una pagina web di phishing costruita ad hoc che imitava l’accesso 2FA del fornitore del servizio on-line utilizzato dalle vittime per dirottarle usando le tecniche di Phishing viste sopra.

COME DIFENDERSI ??

I sistemi di autenticazione a due o più fattori rimangono ancora i più efficaci sistemi per proteggere i propri account on-line, ma quanto successo , e si e’ dimostrato, con questa campagna di sneaky phishing conferma che l’SMS non è più l’opzione migliore per effettuare la verifica di accesso. Google, ad esempio, non la propone più ai suoi nuovi utenti, a meno che non sia stata impostata su vecchi account Gmail, ma spinge perche’ vengano usati sistemi di token hardware FIDO U2F, in quanto può essere bypassato solo accedendo fisicamente alla secure key.

Qualcuno potra’ obiettare che anche il token puo’ essere violato, se ad esempio viene perso o rubato ed a quel punto l’ultimo baluardo rimarrebbe la “robustezza” della nostra password…..si torna sempre li….l’errore umano.

Ma almeno percentualmente il sistema a doppio fattore gestito con un token hardware rimane, al momento, il sistema piu’ efficace di protezione dei nostri dati.

Torniamo adesso a parlare di quelli che possono essere degli utili consigli per difendersi :

  • prima di tutto, nel momento in cui riceviamo una e-mail, a prima vista lecita, dove ci viene richiesta un’autenticazione, verifichiamone sempre la provenienza e il contesto e poniamoci velocemente alcune domande: 1) Ho cambiato qualche parametro nei settaggi del mio account? 2) Sto creando un account o mi sono registrato ad un nuovo servizio? Se la risposta sara’ “niente di tutto questo” Allora lnon rimane che cestinarla immediatamente, poiche’ si trattera’ sicuramente di una e-mail potenzialmente pericolosa;
  • disabilitiamo il caricamento in automatico delle immagini. Molti fornitori di webmail offrono questo tipo di funzionalità, sfruttiamola;
  • se pensiamo di utilizzare applicazioni di terze parti per l’autenticazione, verificatene sempre la provenienza, usate soltanto URL/store ufficiali per i vostri download;
  • nel caso in cui, a maggior ragione, la sicurezza sia qualcosa di imprescindibile (in ambito personale o lavorativo), valutate l’idea di utilizzare dei token fisici come quelli descritti qui

Quello che bisogna ricordarsi sempre e’ che il Business del crimine e’ sempre pronto e molto spesso un passo avanti a tutti e chi ci lavora si allena quotidianamente…….fatelo anche voi 😉

Esiste una difesa efficace per l’OSINT?

Open Source-INTelligence

Open Source Intelligence

La Open Source INTelligence, acronimo OSINT (in italiano: “Intelligence delle fonti libere”), è l’attività di raccolta d’informazioni mediante la consultazione di fonti di pubblico accesso.

Cit.
“… OSINT is information that has been deliberately discovered, discriminated, distilled, and disseminated to a select audience, generally the commander and his/her immediate staff, in order to address a specific question. …”

Non ci fermeremo ad analizzare come funziona l’OSINT, per questo argomento ci sono decine di libri e centinaia di articoli che dettagliano le tante, tantissime tecniche (discipline) che compongono questa interessante metodologia.

Dunque la domanda e’ COME POSSIAMO DIFENDERCI?

Certamente il primo consiglio e’ quello di selezionare sempre con attenzione che cosa decidiamo “volontariamente” di condividere con il mondo, su quali social, con quali metodologie ed allo stesso tempo rimanere sempre aggiornati sui continui cambiamenti dei regolamenti dei social network a cui diamo con tanta gioia e facilita’ il controllo dei nostri ricordi, poiche’ alla fine e’ questo che ci muove, la “comodita’ ” di avere in un posto  foto/pensieri “momenti” unici che SPERIAMO rimarranno’ per sempre perche’ ci fidiamo che quei social rimarranno a lungo e si prenderanno cura delle “nostre cose”.

Andiamo avanti……come sopra indicato bisogna partire facendo un controllo attento, continuo ed accurato sulle Impostazioni Privacy del proprio utente nei vari Social Network;

Possiamo contare anche su una serie di servizi come HaveIBeenPwned, Google Alert, Talkwalk Alerts, Mention o MeltWater che permettono di avere sotto controllo la propria identità in rete.

In questo gia ricco arsenale possiamo introdurre un’ottimo sistema, il suo nome e’

OPERATIVE-FRAMEWORK

OF e’ un tool scritto in python che ci permette di fare cose davvero interessanti come, per esempio,

  • trovare domini registrati da una specifica mail
  • trovare attivita’ illecite  promosse da uno specifico utente
  • scoprire siti e-commerce truffaldini

….. e molte altre operazioni d’investigazione.

Il progetto e’ disponibile, in due versioni, su Github

  1. Operative Framework
  2. Operative Framework-HD

Le operazioni d’installazione e di configurazione sono ben descritte nelle pagine del progetto di Github, riportate sui link qui sopra. Una volta installati i pacchetti il loro uso e’ simile a quello di Metasploit, ad esempio con il comando “use” possiamo selezionare uno dei tanti moduli preinstallati:

$ use core/modules/email_to_domain

per poter vedere tutte le opzioni necessarie ad eseguire questa operazione bastera’ dare il seguente comando:

$ show_options

invece con il comando “set” possiamo configurare le variabili richieste per il funzionamento del modulo e “run” per lanciare il tutto.

Operative Framework

Operative Framework

Anche l’Operative Framework e’ solo una delle tante possibili armi nel bagaglio dell’OSINT, al punto che potremmo dedicare un’intera rivista elencando ogni singolo strumento a nostra disposizione, dunque con questo articolo ci stiamo soltanto limitando a dare uno sguardo a quei tool che sono fondamentali nella cassetta degli attrezzi di un’investigatore digitale.

Una raccolta di (quasi) tutti i tools disponibili in rete è data da https://osintframework.com, progetto a cui ogni giorno vengono aggiunti nuovi servizi.