MaxScale DB Proxy scalabile

 

MaxScale DB Proxy Server

MaxScale DB Proxy Server

Il suo nome per esteso e’ “MariaDB MaxScale” ed è il nuovo database proxy server open source sviluppato da MariaDB Corporation Ab.

In pratica  MaxScale ci permetta di avere database ad alte prestazioni, in grado di consentire la costruzione di architetture flessibili. Ecco nel dettaglio le sue caratteristiche e funzionalità principali.

 

Innanzitutto ricordiamo a tutti che, un proxy è un server che fa da intermediario in una connessione: riceve le richieste da un client e le reindirizza verso altri server che sono i destinatari delle richieste. In altre parole un proxy è un mezzo per deviare una connessione tra due computer in modo da non collegarli direttamente. Un proxy funziona, nella sua pratica, come un centralinista: riceve la chiamata da chi vuole telefonare e la gira all’interno desiderato.

MaxScale si può inserire in modo trasparente tra l’applicativo e il server MySQL, esattamente come fa un proxy web tra il nostro browser (es. Chrome) e il sito che stiamo cercando di visitare.

Grazie ad un proxy è possibile avere:

  • Ridondanza: usando più di un database dietro al proxy. Un solo server non fornisce l’affidabilità e l’alta disponibilità in caso di down di una macchina.
  • Diminuizione dei costi di infrastruttura: perché generalmente due server piccoli sono meno costosi che un unico server molto performante.

Vedremo ora due tipologie di database proxy server:

I proxy di livello trasporto come HAProxy
I proxy di livello applicativo come MaxScale

HAProxy: un proxy efficiente, rapido e funzionale

Fino ad oggi il proxy più usato in ambito MySQL è l’HAProxy che lavora ad un livello più basso (livello 4: trasporto). HAproxy non conosce nulla di MySQL e si occupa solo di bilanciare le connessioni tra più server. E’ molto veloce, leggero ed efficente, tuttavia questo bilanciamento è fatto senza conoscere cosa sta smistando. Questo rende il sistema meno efficente poiché un server può ricevere molte richieste pesanti, mentre altri server possono essere scarichi. Quindi l’HAProxy non è la scelta vincente in tutti i casi.

MaxScale: un proxy che può fare cose incredibili

MaxScale lavora a livello più alto (livello 7: applicativo), monitorando i server riesce a capire cosa sta succedendo all’interno dell’infrastruttura. Conoscendo il protocollo MySQL può intervenire manipolando il traffico tra client e server. Ecco alcune delle sue principali funzionalità:

  • Filtro delle query al database
  • Gestione del routing: instradamento delle richieste a uno o più database server
  • Modifica delle query al volo prima che raggiungano il database
  • Possibilità di nascondere la struttura interna dell’infrastruttura lasciando un singolo punto d’accesso.
  • Alta affidabilità e scalabilità del sistema
  • Possibilità di spostare un database dal server locale ad un server esterno senza modificare la configurazione delle applicazioni
  • Divide automaticamente le scritture sul server MasterR e le letture su uno o più database Slave.

MaxScale può fornire un Load Balacing delle connessioni senza bisogno di utilizzare applicazioni o CMS che prevedano questa funzionalità. Questo significa che CMS come WordPress o Joomla possono trarne dei benefici, usando una replicazione Master/Slave per rendere scalabile il proprio sito.

Caratteristiche di MaxScale

Il punto di forza di MaxScale è sicuramente la sua modularità che permette una notevole libertà adattandosi a molti casi d’uso, infatti MaxScale è:

  • Modulare: un sistema di moduli ne definisce le funzionalità
  • Estendibile: è possibile applicare più filtri anche in cascata
  • Flessibile: i moduli e i filtri possono essere aggiunti dinamicamente

I moduli base di MaxScale

Quelli elencati qui sotto sono i 5 moduli che costituiscono il cuore di MaxScale:

  • Protocol: da la possibilità di utilizzare più protocolli es. MySQL client, http, telnet
  • Authentication: il sistema di autenticazione permette ai client di accedere a MaxScale usando le credenziali presenti sui server di Backend
  • Monitor: legge la configurazione dello stato del sistema direttamente dai server di backend
  • Router: smista le connessioni a uno o più database di backend
  • Filter e logging: i filtri permettono di modificare le query oppure di scrivere un file di log con tutte le richieste e le risposte ricevute.

1. Protocollo di connessione
I client si connettono a MaxScale anziché al database MySQL senza accorgersi della differenza. Possono usare le stesse librerie di connessione utilizzate fino ad ora: es. MySQL client o MariaDB client.

2. Autenticazione
MaxScale non ha un sistema di autenticazione o un database di utenti. Vengono utilizzati gli stessi utenti presenti sui database di backend, caricati all’avvio dell’applicazione.

3. Monitor
Viene utilizzato per capire in ogni momento lo stato di tutti i database di backend collegati a MaxScale. In questo modo è possibile sapere qual’è il server Master e quanti Slave stanno replicando correttamentei dati.

4. Router
Dirige il traffico dal client ai server utilizzando una regola specifica:

  • Connection routing: normale router di connessione ad un database
  • Read/Write Split router: smista le richieste di scrittura sul Master e le richieste di lettura su uno degli Slave collegati

5. Filtri e log delle query
Tra i più potenti strumenti messi a disposizione di MaxScale ci sono sicuramente i filtri che permettono di effettuare operazioni avanzate sulle query senza modificare il comportamento dell’applicazione:

  • Processando query SQL e risultati
  • Utilizzando una semplice regex
  • Analizzando, modificando o rifiutando le query
  • Mettendo più filtri in cascata

Insomma, da questo primo articolo, si deduce che le potenzialita’ sono tutte a favore di MaxScale

 

#MaxscaledbproxyserverMysql

CoreOS anche su Big G

CoreOS Cloud System

CoreOS Cloud System

Da meta’ Maggio la piattaforma di cloud IaaS di “Big G” è in grado di ospitare virtualizzazioni del sistema operativo CoreOS; tramite un annuncio sul blog del servizio è stata resa nota la disponibilità alla creazione di infrastrutture basate su questo sistema innovativo e che permetterà di realizzare infrastrutture in maniera semplice ed efficace.

Il progetto CoreOS è nato da due ingegneri di Rackspace, Alex Polvi e Brandon Philips, e da un ex dipendente Google, Michael Marineu: i tre hanno dato vita ad un sistema operativo dedicato alla tecnologia cloud, molto leggero nel consumo di risorse e in grado di attivare un cluster complesso in poco tempo grazie a degli strumenti di orchestrazione unici. I due componenti chiave di CoreOS si chiamano etcd e fleet: entrambi sono scritti nel linguaggio Go e servono ad alimentare rispettivamente le configurazioni del cluster e il deploy delle applicazioni tramite dei container Docker.

Google si allinea quindi a Amazon EC2, Rackspace Cloud e altri provider di infrastrutture cloud dove CoreOS è già selezionabile, il sistema operativo è già compatibile con OpenStack e KVM, aspettiamoci di vedere presto crescere le quote di mercato di questo prodotto possiamo ritenere che riempa il buco dei sistemi operativi dedicati al clouding.

 

#Coreoscloudcomputingsystem

CoreOS ed uso nei Datacenter

CoreOS Docker Cluster

CoreOS Docker Cluster

Ormai l’ho capito, dai tanti esempi di storie di successo in campo informatico che, le migliori invenzioni si realizzano nei garage. Così come i due famosi Steve furono capaci di creare da zero il primo Mac, così i creatori di Google concepirono il loro motore di ricerca proprio in un garage o giu’ di li. La storia che si sente inizia sempre cosi :
“Qualche anno fa, in un garage della Silicon Valley…” etc… ; ma cosa ci sarà mai in questi garage americani ?!?


Nasce così CoreOS

CoreOS è praticamente una leggerissima distribuzione Linux solo con kernel e systemd. Questa distribuzione, che effettua il boot in un paio di secondi, è pensata per chi deve realizzare e gestire cluster di centinaia, addirittura migliaia, di nodi. Praticamente permette di realizzare, con hardware di proprietà, un’infrastruttura IT come quella di Amazon o Google. Oltre ad essere già disponibile sui sistemi cloud di Amazon, di Rackspace e di Google ultimamente anche Microsoft ne ha annunciato la disponibilità su Windows Azure.

Il prodotto è davvero interessanteinfatti, in poco tempo ha avuto migliaia di raccomandazioni su GitHub ed una cifra compresa tra uno e cinque milioni di dollari da gruppi di investimento privati.

CoreOS, il cui codice è interamente disponibile su GitHub, è fortemente basato su “docker“, etcd e systemd oltre ad avere un sistema di aggiornamento del sistema operativo sottostante molto innovativo chiamato FastPatch:

FastPatch aggiorna l’intero sistema operativo in un’unica soluzione, non i singoli pacchetti, su uno schema di partizioni attivo/passivo e siccome le applicazioni e le configurazioni risiedono in ambienti completamente separati e indipendenti, non si corre il rischio di lasciare alcuni nodi del cluster in uno stato di inconsistenza.

Quindi se la vostra esigenza è quella di creare un cluster, CoreOS rappresenta davvero un’ottima scelta.

Nel prossimo articolo vedremo come creare un cluster CoreOS con Vagrant .

 

#CoreOSsistemaclusteravanzato

Le novita’ di Debian 8

Debian 8 Jessie

Debian 8 Jessie

Il 25 aprile 2015 è stato annunciato il rilascio di Debian 8 (alias Jessie), che e’ l’ultima versione di uno dei più noti ed apprezzati sistemi operativi basati su Linux. Questo rilascio, atteso da moltissimi utenti e da altrettante aziende, porta con sè alcune novità significative, frutto di un lavoro di sviluppo durato circa due anni, e culminato in un sistema operativo che sarà supportato fino al 2020.

In questo articolo vedremo le principali novità introdotte su Debian 8, di cui è possibile effettuare il download direttamente dal sito ufficiale del progetto.

Una distribuzione universale
Debian, ad oggi vanta una vasta gamma di pacchetti software (circa 43 mila), che consentono a chiunque di personalizzarla a proprio piacimento, in base al tipo di applicazione per cui questo sistema sarà utilizzato: dai server alle workstation, passando per il cloud, i mainframe o le board che implentano l’Internet of Things.

L’idea della distribuzione universale, adatta a tanti contesti, ha spinto negli anni la comunità open source a creare un gran numero di derivate (ed il caso più noto risponde al nome di Ubuntu). Il fatto che molti sistemi Linux si basino su Debian aumenta quindi l’importanza di ogni aggiornamento apportato a questa distribuzione in ogni rilascio, dal momento che ciò si ripercuote su tutte le sue derivate (ufficiali e non).

Il passaggio a systemd
La novità più significativa, che ha creato molti dibattiti accesi, introdotta con Debian 8, riguarda il passaggio definitivo a systemd quale sistema di init principale, sebbene sia possibile utilizzare sysvinit come alternativa. Tale scelta trova le sue motivazioni nella riduzione dei tempi di avvio ed arresto del sistema, sebbene non tutti gli utenti sembrano convinti di ciò. Inoltre, systemd non si occupa solo della fase di boot: in quanto gestore di sistema, esso incorpora anche la gestione di diverse altre funzioni (alimentazione, dispositivi, login, eccetera), con conseguenze che potrebbero comportare, ad esempio, la necessità di riavviare il sistema in caso di aggiornamento. Un problema significativo per una distribuzione server, dovuto proprio a systemd. Il problema piu’ grande sorge per via del fatto che oggettivamente, l’attuale sistema usato, SysVInit, è oggettivamente un sistema antiquato, con un elenco di noti difetti, il principale dei quali è sicuramente la grande lentezza derivante dall’approccio seriale all’avvio dei servizi. L’idea di sostituirlo con un prodotto più moderno e meglio ingegnerizzato è, quindi, tutt’altro che sbagliata.

Il problema reale è che systemd sta andando ben oltre questo encomiabile tentativo, ma sta fagocitando al suo interno tutta una serie di servizi che con la gestione dei processi e la creazione dello ‘spazio utente’ poco hanno a che fare. Approccio, questo, che viola radicalmente le logiche della filosofia Unix, che sono alla base non solo dei Linux che usiamo oggi, ma in larga parte di quella che è l’informatica moderna.

Va detto, però, che il passaggio a systemd era già in atto da tempo, e non soltanto sulle distribuzioni basate su Debian: anche Red Hat, Fedora e SUSE (per citare alcune grandi distribuzioni Linux) sono già passate a questo nuovo gestore.

Desktop e applicazioni
Dal punto di vista dell’interfaccia utente, il grande grado di personalizzazione offerto da Debian si traduce nella possibilità di scegliere il proprio desktop environment preferito tra un gran numero di possibilità. L’ultimo rilascio è infatti compatibile con GNOME 3.14, KDE Plasma 4.11.13, Xfce 4.10, MATE 1.8 e Cinnamon 2.2.16.

Ai sopra citati desktop environment si aggiungono anche diverse applicazioni, tra cui Iceweasel 31.6, GIMP 2.8.14 e LibreOffice 4.3.3 per la sfera desktop, Apache 2.4.10, Tomcat 7.0.56 e 8.0.14, MariaDB 10.0.16 e MySQL 5.5.42 per quella server, nonchè OpenJDK 7u75, PHP 5.6.7 e Python 2.7.9 e 3.4.2 per gli sviluppatori.

Altre novità
Per concludere ricordiamo che Debian 8 è basato sul kernel Linux 3.16.7, che garantisce la compatibilità con le più recenti tecnologie disponibili. È altresì interessante notare che, con il nuovo rilascio, viene garantito il supporto a ben dieci architetture diverse, tra cui x86, PowerPC, MIPS, ARM e diverse altre.

 

#DebianottoJessie

Nuova release per Docker

Docker costruire i contenitori

Docker costruire i contenitori

La start-up Docker Inc., primo e principale supporter della piattaforma Docker, per chi ancora non conoscesse questo interessantissimo progetto, consta di un sistema di “pacchettizzazione” software che si basa su un principio diverso da quello seguito dalle virtual machine (VM) tradizionali e prevede la creazione di un “container” per singole applicazioni (o gruppi di applicazioni) Linux con tutto il software accessorio necessario al loro funzionamento, ha rilasciato la versione 1.5 dell’omonimo software per la virtualizzazione “compartimentata” delle applicazioni su Linux, una release che porta novità significative su tutti i fronti.

Docker 1.5 rappresenta quindi l’avvio del nuovo anno di Docker Inc. (e della community Docker nel suo complesso) con il supporto agli indirizzi di rete in standard IPv6, con la possibilità di allocare un singolo IP per ogni container tramite apposito parametro da riga di comando (-ipv6).

I container di Docker 1.5 possono poi essere impostanti con un parametro di “sola lettura”, opzione che restringe le directory su cui le applicazioni di un container possono scrivere o modificare file. Inoltre è stata approntata una nuova API in grado di fornire un flusso di statistiche in tempo reale sull’utilizzo di CPU, memoria, I/O di rete e disco.

 

#DockerContainernuovaversione